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La "guerra delle ombre" tra Israele e Iran è andata avanti per anni, portandoci sempre più vicini agli eventi di oggi e a ciò che potrebbe seguire

Di Yaakov Katz

Yaakov Katz, autore di questo articolo

Lunedì Hezbollah celebra il decimo anniversario della morte di Imad Mughniyeh, il suo leggendario e spietato comandante terrorista la cui assenza, secondo l’intelligence israeliana, si fa sentire ancora oggi. Mughniyeh – la mente dietro agli attentati dinamitardi alla caserma dei marine statunitensi a Beirut (1983, 307 morti), all’ambasciata israeliana (1992, 30 morti) e al Centro comunitario ebraico (1994, 85 morti) a Buenos Aires – venne ucciso a Damasco il 12 febbraio 2008 subito dopo aver terminato un incontro con alcuni dei suoi protettori iraniani. Si dice che il Mossad avesse piazzato una bomba nella ruota di scorta della sua jeep Mitsubishi.

L’uccisione di Mughniyeh e le innumerevoli altre operazioni e uccisioni mirate attribuite a Israele vanno avanti da anni, nel quadro di una “guerra delle ombre” tra Israele, Iran e i surrogati che Teheran finanzia e dirige in tutto il Medio Oriente. Una guerra combattuta finora perlopiù dietro le quinte. Chi deve sapere, sa. E sebbene alcuni dettagli vengano occasionalmente alla luce, la maggior parte dei fatti resta ignota.

Quello che è successo sabato nel nord di Israele sembra invece l’inizio di una guerra aperta e diretta tra Israele e Iran. L’infiltrazione e l’intercettazione di un drone iraniano sopra Israele, l’abbattimento di un F-16 israeliano e gli attacchi di reazione d’Israele contro obiettivi siriani e iraniani appaiono come le sequenze iniziali di un conflitto potenzialmente più ampio, che potrebbe esplodere se l’Iran continua a cercare di rafforzare la sua presenza militare nella “nuova” Siria.

Il presidente d’Israele Reuven Rivlin visita i piloti rimasti feriti nell’abbattimento dell’F-16 israeliano al ritorno dalla missione in Siria

E’ uno sviluppo che si preparava da tempo. Anni fa, gli iraniani accorsero in aiuto del dittatore siriano Bashar Assad in Siria e, insieme alla Russia, garantirono la sua sopravvivenza. Il problema è che non se ne sono più andati. Al contrario, anche se oggi Assad detiene il controllo della maggior parte della Siria, l’Iran rimane ben fermo e cerca di stabilire una sua presenza militare sempre più grande all’interno del paese. Sabato si è visto quanto sia determinato a farlo.

È troppo presto per dire quale lezione l’Iran possa aver tratto dallo scontro di sabato. Da un lato, è riuscito a infiltrare un drone in Israele (sebbene sia stato ben presto intercettato ed eliminato). E il suo alleato, la Siria, è riuscito ad abbattere un jet israeliano. D’altra parte, Israele ha reagito effettuando su obiettivi militari in Siria i bombardamenti più massicci da quando distrusse quasi tutta l’antiaerea siriana nel 1982.

La reazione israeliana è importante per due ragioni. Era necessario neutralizzare le batterie siriane usate per abbattere l’F-16, ma era anche importante far pagare un prezzo all’Iran bombardando il centro di controllo usato per gestire il drone, nonché altri obiettivi iraniani in Siria la cui esatta natura si apprenderà probabilmente solo nei prossimi giorni.

La domanda è se Israele riuscirà a riaffermare la propria deterrenza (cioè l’elemento che previene una conflagrazione più ampia). La risposta dipende da cosa l’Iran deciderà di fare: continuerà a sviluppare la sua presenza militare in Siria? E mentre lo fa, tenterà ancora di violare la sovranità di Israele?

La base aerea siriana T-4, da tempo usata da forze iraniane. Da qui è decollato il drone iraniano

La perdita di un aereo da combattimento è un colpo per il morale israeliano, anche se non è del tutto inaspettato e deve essere visto nel più ampio contesto di ciò che è successo negli ultimi cinque anni: Israele ha effettuato centinaia di operazioni in Siria, e in guerra ci sono sempre successi e perdite. Il fatto che finora nessun aereo fosse mai stato colpito è la vera notizia, e dice molto delle superiori capacità delle forze aeree israeliane.

Infine, Israele deve preoccuparsi della risposta della Russia agli eventi di sabato. Da Mosca, il Ministero degli esteri ha diffuso una dichiarazione che invoca moderazione chiedendo a tutte le parti di “rispettare la sovranità e l’integrità territoriale della Siria”. All’apparenza, sembra che la Russia stia prendendo le parti di Iran e Siria e non di Israele, nonostante tutti gli sforzi del primo ministro Benjamin Netanyahu per convincere Vladimir Putin, nei suoi numerosi incontri con il presidente russo. Al di là del suo significato retorico, la dichiarazione ministeriale potrebbe avere conseguenze pratiche se la Russia decidesse di negare in futuro a Israele lo spazio di manovra nei cieli della Siria. Israele dovrà procedere con cautela e non potrà che tenere nella dovuta considerazioni gli orientamenti di Mosca. Finora la Russia, benché abbia consentito all’Iran di stabilire una presenza militare in Siria, non gli ha permesso di costruire grandi basi né di schierare una presenza lungo il confine con Israele sulle alture del Golan. Ma tutto questo potrebbe ancora accadere, e dipenderà da quali saranno gli interessi prioritari della Russia quando si tratterà del futuro della Siria e più in generale del Medio Oriente.